Mostra, non raccontare

La golden rule della narrativa – Cenni e base di teoria

Se hai letto un qualsiasi manuale di scrittura creativa, se hai spulciato blog, video, o qualsiasi consiglio di scrittori esperti, ti sarà capitato di imbatterti in questo consiglio: mostra, non raccontare. O show don’t tell, in inglese.

Lo show don’t tell è ripetuto come un mantra, è considerato il fondamento della buona scrittura. La golden rule della scrittura. Il mantra da solo però non basta a trasformarti in un bravo autore, né a convincerti del perché dovresti mostrare e non raccontare. Quanti autori entrano nel merito? Quanti video ti spiegano perché togliere gli avverbi in -mente è come muovere un passettino verso il mostrato? E quanti hanno il coraggio di dirti che perfino i dialogue tag (esatto, i cari vecchi disse, dico, inizio, rispondo, ribatté…) puzzano di raccontato, e che andrebbero quindi ridotti?

Probabilmente nessuno, perché non siamo abituati a ragionare su cosa e come si scrive. O meglio, come si scrive in maniera funzionale a stimolare e ad attrarre il lettore.

Tornando al mostra.

In questo articolo e nei prossimi ci muoveremo in due direzioni, entrambe fondamentali per capire il principio del mostra, non raccontare:

  • perché usare il mostrato
  • come usare il mostrato

Ma prima di tutto, che cos’è il mostrato? Mostrare significa evocare, nella mente del lettore, immagini vivide, chiare e concrete. Significa usare termini che producano un’immagine.

Si mostra con successo quando si evoca un’immagine, ovvero quando la mente del lettore riproduce nella sua testa quanto appena letto.

Ora penserai: ma se il lettore legge, è ovvio che immagina qualcosa. Giusto?

NO!

Parole diverse suscitano immagini diverse. Vediamo un esempio:

“Marta aveva litigato con il marito ed era frustrata.”

Questa è una forma di raccontato. Il narratore-autore ci dice che cosa dobbiamo pensare di Marta, ossia che è frustrata. L’informazione arriva dal narratore al lettore.

“Michele non era un ragazzo brillante.”

Anche in questo caso il narratore ci informa che Michele non è un tipo sveglio. Si tratta di raccontato.

Il raccontato è la trasmissione diretta di informazioni dal narratore al lettore. È quando il narratore ci informa di cosa dobbiamo pensare di un personaggio o di una situazione. In altre parole, il narratore è presente nel testo e, in maniera invadente, ci dà la sua opinione sui fatti. È un approccio sbagliato. Nella narrativa moderna, il narratore sparisce e lo stile è trasparente. Ci torneremo sicuramente in uno dei prossimi articoli.

Nell’approccio raccontato, il narratore-autore dà un giudizio su personaggi, oggetti, fatti. Impedisce al lettore di avere una sua opinione. Il lettore non può pensare che Michele sia sveglio perché il narratore gli ha già detto che non è un tipo brillante.

È un approccio che appartiene a una narrativa antica. Quanto antica?

Almeno 2600 anni, visto che anche nell’Odissea e nell’Iliade si trova il raccontato. All’epoca, vista anche la funzione della narrativa, per un narratore-autore era naturale infilarsi nel testo e dare la sua opinione sui fatti e sui personaggi.

Disclamer per protettori dei classici, per gli adoratori della Magna Grecia, per i nostalgici delle tragedie di Euripide: non voglio in alcun modo deridere i classici, né contestare il modo in cui sono scritti, né giudicarli secondo parametri moderni. Regola da tenere a mente: mai giudicare i classici, o qualsiasi opera passata, con i criteri moderni. Le opere antiche sono state scritte esattamente come dovevano essere scritte, ossia rispettando i canoni del periodo. Ora i canoni sono cambiati e tali opere non ne hanno colpa.
Giudicare il raccontato nell’Iliade è come accusare la Disney di essere sessista perché, in film di settant’anni fa, la donna viene sempre salvata dall’uomo. O censurare Dragon Ball perché Goku dice a Bulma: “non è una cosa da femmine” o qualcosa di simile. Capito il discorso? Mai giudicare opere storiche con criteri moderni.

Semmai possiamo dire che, a oggi, una narrativa del genere non funzionerebbe. Infatti non vedo molti libri scritti in esametri.

Quindi prendiamo in prestito delle parti dell’Iliade solo per mostrare che cos’è il raccontato:

“E fu molto felice Ettore, che pensava a una grande proposta.”

Il narratore ci racconta che Ettore è felice.

“E nella stessa maniera Menelao battagliero indossò l’armatura.”

Il narratore ci racconta che Menelao è battagliero.

“Egli si volse subito, impaziente di ucciderlo con la lancia di bronzo, 

Il narratore ci dice che Menelao, soggetto sottinteso, è impaziente.

Si tratta di tre casi raccontati.

Qual è il problema? Che con il raccontato il lettore non immagina niente, né è stimolato a capire cosa sta succedendo al personaggio. Il testo dà un monotono effetto “ah ok, allora è così”.

E noi non vogliamo che sia così. Noi vogliamo che il lettore pensi, consciamente o inconsciamente “ah, Ettore sorride da un orecchio all’altro, allora è di buon umore!”

Vogliamo che il lettore visualizzi il personaggio. E cosa succede quando visualizza Ettore sorridente? Penserà che è felice. Ecco quindi che mostrare il sorriso di Ettore ci dà lo stesso risultato: Ettore è felice, o perlomeno di buon umore. Con un’enorme differenza, però: la sua felicità è stata mostrata. Il lettore l’ha capito da solo, non è uno stato d’animo imposto dal narratore.

Nel fare questa deduzione, la mente del lettore è stimolata, è attiva, perché lavora: deve interpretare i segnali del personaggio e capire da sé se Ettore è triste, arrabbiato, o felice. E l’interpretazione per il cervello è FONDAMENTALE. La mente umana adora i collegamenti, adora dare un senso alle cose. Adora trovare significati anche quando non ci sono. Pensa al gossip! La discussione potrebbe finire e invece no, si continua a parlarne per trovare nuovi risvolti e nuove chiavi di lettura… nuovi sensi.

Torneremo su questo in qualche articolo futuro, quando parleremo del significato di una storia e di perché sia importante.

Ora aggiustiamo Menelao:

“Menelao racchiuse una mano nell’altra e schioccò le dita. Sollevò l’angolo della bocca in un sorriso e alzò il mento verso Paride. «Fatti avanti, sacco di patate.»”

Ora non ci viene raccontato che Menelao è pronto alla battaglia. Ci viene mostrato attraverso il suo atteggiamento. Il lettore capisce da sé che Menelao è battagliero.

E per quanto riguarda l’impazienza? Può girare intorno all’avversario, oppure chiudere e aprire le mani, o tamburellare con le dita sulla lancia, o pestare i piedi sul pavimento.

Per mostrare l’impazienza, pensa a come ti senti tu quando sei impaziente. Oppure osserva una persona vicina a te: da quali segnali capisci che è impaziente? Ricorda che non vuoi inserire nel testo “Persona vicina a me è impaziente”. Vuoi inserire i dettagli, i modi di fare, le parole che ti fanno capire che è impaziente. I personaggi si comportano esattamente come tutte le persone che conosci. A meno che non appartengano ad altre razze. Se sono nani da giardino, potrebbero mostrare l’impazienza in modo diverso. Strattonandosi la barba di plastica, per esempio. E un drago? Un drago può schioccare la coda o sbuffare nuvolette di vapore dalle narici.

La domanda è: quali sono i dettagli che comunicano impazienza? Quali sono i dettagli, gli atteggiamenti, i tic, i movimenti che trasmettono quella determinata sensazione? La risposta è ciò che entrerà nel testo. Ed è ciò che susciterà nel lettore l’impressione che il personaggio sia impaziente.

Comincia a esserti chiaro?

Il mostrato è sempre uno strumento migliore del raccontato.

È più convincente. È soprattutto questo aspetto a rendere il mostrato superiore al raccontato: il mostrato è una dimostrazione più convincente di qualsiasi raccontato.

Se scriviamo dieci volte nel testo “Marco è una persona distratta” non è detto che rimanga impresso al lettore. Potrebbe scordarselo o potrebbe non esserne convinto. Potrebbe non dargli importanza. Dobbiamo presentare al lettore le prove. Inseriamo un paio di scene in cui si vede che Marco è distratto: possiamo scrivere che si scorda di un colloquio di lavoro perché non l’ha segnato sul calendario; oppure, mentre è al check in all’aeroporto, deve rivoltare lo zaino perché non ricorda in quale tasca ha infilato il passaporto.

Non dire mai “Tiziano è saggio” o “Martino è un idiota”. Mostra eventi che mettano in luce queste caratteristiche.

Il mostrato è una tecnica di persuasione. Dà modo al lettore di capire e convincersi.

Dopotutto, pensa alla tua esperienza quotidiana. Quanto spesso ti succede di sentirti raccontare un evento e non crederci fino in fondo? Però poi ti capita di assistere a quell’evento, e allora diventa immediatamente scontato. Perché l’hai visto, quindi te ne sei convinto.

La narrativa funziona allo stesso modo. È come essere in tribunale. Tu, autore, sei un avvocato e il giudice è il lettore. In quanto avvocato, il tuo obiettivo non sarà andare dal giudice e implorarlo di crederti. Non andrai di fronte a lui e non gli urlerai dieci volte che Marco è innocente. Al contrario, gli mostrerai le prove dell’innocenza di Marco, così che il giudice arrivi da solo a capire che Marco è innocente.

Non ne sei convinto?

Ti chiedi se un testo mostrato è davvero migliore di uno raccontato? Ti preoccupa la lunghezza di un testo interamente mostrato?

E perché il mostrato sarebbe migliore? Perché il lettore non può preferire il raccontato?
Qualche risposta arriverà col prossimo articolo… e passerà per il teatro greco, per la narrativa immersiva e per le fobie.

A presto!

Sara

Piè di pagina di consigli: all’inizio, soprattutto se si è abituati a scrivere in raccontato, è difficile pensare a tutti i dettagli che consentono di trasmettere una certa sensazione. Come comunico la spensieratezza? E il nervosismo?
Io ho risolto così: ho un file agenda in cui annoto atteggiamenti, miei o altrui, che evochino precise sensazioni. Se presti attenzione, la lista si allungherà di continuo, e in un paio di settimane avrai un gran repertorio di azioni e comportamenti che potrai usare per i tuoi personaggi. Non c’è spunto migliore della realtà!

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