Dai principi alle regole

Qui su Tecnonarrativa siamo partiti martellando le regole, sostenendo che la scrittura, in quanto forma d’arte, ha bisogno di regole.

Ora facciamo un ulteriore passettino.

Imparare le regole da sole non serve a niente se non c’è un concetto alla base. Sono etichette, parole vuote. Un po’ come descrivere l’equazione della parabola senza mai vederla sul piano cartesiano. O imparare a memoria la formula dell’accelerazione senza capire che, in fondo, si tratta del delta tra due velocità.

Per applicare correttamente una regola, bisogna conoscere il principio che la genera. Stesso discorso nel mio umile lavoro da contabile: come posso inserire le aliquote IVA corrette, se non conosco la ratio degli articoli fiscali da cui derivano?

Tornando alla narratologia, è da anni che sento parlare di mostra e non raccontare. Quattro parole: show don’t tell, che racchiudono un concetto immenso. Nella mia assoluta ignoranza in termini di retorica narrativa, ero convinta di rispettare questo principio. Ma sì, che ci vuole a mostrare? I miei bellissimi libri sono tutti scritti in mostrato.

Purtroppo questa è la posizione che ha l’assoluta maggioranza degli aspiranti scrittori.

Anche se in realtà non hanno idea di cosa sia il mostrato, e soprattutto da non sanno da dove deriva il concetto.

No, io non ho mai davvero scritto in mostrato fino a che non ho CAPITO cos’è e soprattutto perché devo usarlo. E se sei uno scrittore serio, e vuoi trattare i tuoi libri come dei prodotti da curare e da perfezionare, prodotti che hanno un valore oggettivo… vuoi capire le regole, prima di impararle a memoria. Perché il pregio di un testo si può misurare con la sua attinenza alle regole. Con le regole si può dare un valore oggettiva al libro, in base a quanto la regola è rispettata. Quello che resta fuori dalle regole è il gusto personale del lettore.

E se il libro è scritto tutto in raccontato, ci sono salti di punti di vista ogni tre righe, avverbi in -mente ogni dieci parole, con gerundi come se piovessero? Non c’è niente da dire. È scritto male e quindi, dal punto di vista tecnico, vale poco. Possiamo oggettivamente dire che è fatto male.

Arrivato a questo punto, potrebbero esserti saltati i nervi.

Magari perché sei convinto non si può dire che un libro fa schifo.

Un libro è un prodotto prezioso… sicuramente frutto della Voce, della Penna, del Quore dell’artista, e altre tutte stronzate per chi si ostina a difendere il libro come opera di intelletto e valore superiore, che non si deve abbassare alle regole, o piegare alle logiche di mercato, o blaterii vari di disadattati che vivono nella bolla fuori dal mondo.

I libri sono prodotti commerciali. Scritti con regole della retorica e della narratologia, devono piacere al lettore. L’essere commerciali toglie loro valore? Toglie la dignità?

Diciamo le cose come stanno. L’aura di mistica intellettualità che ricopre i libri è una stronzata. Grazie all’approccio scolastico alla letteratura, grazie alla cultura, grazie agli editori che spingono per far percepire il libro come un prodotto di pregio intellettuale, grazie a tutti i premi, i concorsi insulsi, le varie Voci, Penna, Stile d’artista, ora c’è la convinzione che il libro sia un prodotto scevro dalle logiche di mercato. Qualcosa di superiore. Non può assolutamente essere qualcosa che si vende al pubblico, come una ciabatta o un evidenziatore.

Balle!

Chi la pensa così sguazza nella brodaglia della propria limitata visione del mondo. Il libro narrativo è un prodotto commerciale e segue le regole del mercato. Ma non per questo non ha dignità!

Seguimi in questo percorso logico: la narrativa è l’arte di trasmettere storie. In ogni epoca storica la trasmissione si è adeguata al supporto più utile.

Nell’antica Grecia il supporto era il teatro.

Hai presente l’enorme successo del teatro? Hai presente gli agoni drammatici? Erano delle vere e proprie sfide con tanto di classifica finale, tanto che al giorno d’oggi abbiamo gli annuari dei vincitori. Esatto, già nell’antica Grecia si competeva per il gradimento del pubblico.

Ma non mi dire che succedeva anche nel medioevo!

Invece sì. Nelle corti si tenevano regolarmente gare di menestrelli e bardi. Se le davano a suon di ballate e poemi. Abbiamo persino opere di menestrelli che parlano di gare di menestrelli… come il Wartburgkrieg, la Guerra di Wartburg, un poema tedesco che narra di una gara tra poeti menestrelli nel castello di Wartburg indetta da Ermanno I di Turnigia.

Pensi che oggi Netflix e Amazon Prime Video producano serie tv per aspirare a qualche obiettivo culturale superiore? Per essere intellettualmente importanti?

No. Lo fanno per produrre contenuti d’intrattenimento gradevoli per il pubblico. C’è della vergogna, in questo? C’è del male? No.

L’intrattenimento è un business di massa fin dalla belle epoque. In pieno positivismo, due fattori fino ad allora riservati a ceti abbienti, o classi nobili, divennero appannaggio di una platea più vasta:

  • le conquiste in ambito dei diritti dei lavoratori avevano ridotto le giornate di lavoro. Ciò significava che si aveva del tempo libero.
  • l’aumento dei salari fece sì che i lavoratori non spendessero più tutta la loro paga per vivere. C’era un avanzo di denaro.

In altre parole, i lavoratori avevano soldi in più e tempo libero. E no, non era scontato. Nel primo 1800, un ragazzino poteva essere condannato a vivere la totalità della propria esistenza dentro a una miniera, guadagnando appena il necessario per vivere. Gli portavano le razioni e l’acqua. Tempo libero? Soldi in più? Non esistevano. Il benessere cresce nel corso del XIX secolo e arriva al massimo nella belle epoque. Che è anche il momento in cui nasce la società di massa: partiti di massa, sport di massa, propaganda di massa, pubblicità di massa.

Se ti interessano approfondimenti di carattere storico, in futuro arriveranno. Se scrivi fantasy, è bene avere ben in mente il periodo storico fittizio in cui vuoi ambientarlo. Vero, un fantasy può non avere niente in comune col nostro mondo, ma è sempre meglio dare dettagli concreti al lettore. Una lanterna da minatore è diversa da un lumino. La prima si trova in mano a un gendarme che perlustra i vicoli di Parigi nel 1912. Il secondo è sulla scrivania di un monaco del 1390 impegnato a trascrivere un libro. Non bastano cavalli e mantelli per fare un buon fantasy medievaleggiante. Così come non sono sufficienti ingranaggi e vapore per creare un bello steampunk.

In questo blog vorrei trattare anche il worldbuilding e la costruzione di un sistema magico nei fantasy. Parleremo perciò di what if, di visioni del mondo, di coerenza dello sviluppo di civiltà e razze.

Tornando a noi: il libro è un prodotto d’intrattenimento.

A meno che tu non voglia scrivere per te stesso, per il tuo circolo di d&d, per il tuo gatto e per tua madre. In tal caso i contenuti di questo blog sono un po’ troppo avanzati. Non tutti scriviamo per pubblicare. E non tutti scriviamo per farci leggere da più persone possibili. Qui ci occupiamo di libro come narrativa trasmessa, storia da diffondere. Come prodotto destinato a piacere a quante più persone possibili.

E cosa piace a quante più persone possibili? Il porno. Se vuoi avere successo commerciale, comincia coi porno. O coi rosa. O coi porno rosa. Garantiti.

Oppure studia le regole. Ma il porno è comunque più interessante.

Chiusa la parentesi sulla dignità commerciale del libro, torniamo alle regole e ai loro principi.

Come primo passo, vediamo cos’è la narrativa scritta. Cos’è un libro? Qual è il suo scopo?

Da qui comincia lo studio grosso, lo studio serio. Il motivo per cui è più facile scrivere col quore che con la tecnica. Basta consigli e regolette. Andiamo a vedere le ratio delle regole e motivi per cui si devono rispettare.

Chiamiamo in causa Wayne Clayson Booth, professore di letteratura all’università di Chicago ed esponente della critica letteraria. Nonché autore di “The rethoric of fiction”, la Retorica della narrativa, un colossale manuale di narratologia pubblicato in Italia in tre volumi da Dino Audino editore.

Già nella prefazione Booth scrive:

My subject is the technique of non-didactic fiction, viewed as the art of communicating with readers—the rhetorical resources available to the writer of epic, novel, or short story as he tries, consciously or unconsciously, to impose his fictional world upon the reader.

La mia materia è la tecnica della narrativa non didattica, intesa come l’arte di comunicare coi lettori—la soluzione retorica disponibile per lo scrittore di epica, di romanzi, o di racconti che cerchi, consciamente o inconsciamente, di imporre il suo mondo narrativo al lettore.

Siamo alla prefazione ma possiamo già desumere tutto. La narrativa è l’arte di imporre un mondo fittizio al lettore. Dobbiamo tenere il lettore costantemente dentro la storia. Fargli percepire meno possibile che è solo una storia inventata. In altre parole, bisogna convincerlo che la vicenda è verosimile. Non importa se è un fantasy con isole e tartarughe volanti, o thriller in cui i poliziotti si lanciano dai grattacieli. Durante la lettura, il lettore deve essere così dentro alla storia da reputarla verosimile.

Come si fa a rendere una storia verosimile? Facendo sì che il lettore si “dimentichi” che sta leggendo. Lui non sta leggendo, sta vivendo nella storia.

Perciò si scrive mettendo in scena la storia come se fosse vita vera.

Nella vita vera, nessuno ti dice “Marco è avido”. Ti renderai conto da solo dell’avidità di Marco quando, al bar, lo vedrai fregare il resto lasciato sul bancone dal cameriere al cliente precedente.

Nessuno ti dirà che la mela è grossa. Lo capirai quando di cadrà sull’alluce e ti farà venire l’unghia nera.

È da questo principio:

la narrativa deve riportare la realtà

che discende tutto il resto. Scrivi come vivi. Questo è il principio zero della narrativa, il mantra che devi tenere a mente ogni volta che batti lettere sulla tastiera. Scrivere significa rappresentare la realtà nella maniera in cui fluisce. Solo così si realizza la piena immersione del lettore nell’opera.

Ne deriva che:

  • Non esiste il narratore onnisciente. La realtà è sempre filtrata da qualcuno. Nella tua vita, sei tu. Tu deduci che Marco è avido. Tu provi emozioni. Tu vedi che Ilaria fa una smorfia, e tu quindi capisci che è schifata. Non esiste che il narratore dica “Ilaria era schifata” o “Marco era impensierito”.
  • Il narratore scompare nel testo. Nella realtà, nessuno ti racconta le cose. Ehi, quella persona è adombrata. Ehi, il tuo capo è meditabondo. Non esiste. Il narratore è implicito. È il punto di vista.
  • Il testo segue l’ordine della realtà. Non esistono spoiler: “Marco prese il largo, ma non sapeva cosa lo aspettava.” o “Non potevo immaginare cosa sarebbe accaduto da quel momento.” o “Nessuno, in quel momento, pensò al tritone. E fu un errore.” Nella vita, nessuno ti ancipa cose. Ogni cosa anticipata suona come un racconto a posteriori. E ogni racconto a posteriori equivale a raccontato.
  • La storia è narrata qui e ora. Il flusso informativo segue l’ordine con cui il punto di vista nota gli eventi.
  • Ovviamente, mostrare e non raccontare. 

Vedremo ciascuno di questi punti nei prossimi articoli.

Nel frattempo, per esercitarti, presta attenzione a come vivi. Prova a pensare a ciò che vedi e fai. Narra il flusso della tua vita. Una cosa di questo tipo:

Batto le lettere sulla tastiera, la barra spaziatrice schiocca a intervalli regolari. Dalla strada proviene il rumore di un camion che copre il canto degli uccellini. Sbircio fuori dalla finestra: il bestione pieno di ghiaia gira dietro alla fabbrica, i cinguettii ricominciano. Niente, non riesco a concentrarmi. Appoggio la schiena alla sedia, allungo le braccia in avanti e intreccio le dita. Me le porto sulla nuca e inspiro a fondo. Sulla pagina di word ci sono tre righe. In questi pomeriggi d’estate non riesco a scrivere proprio niente.

Visto com’è facile? Si tratta solo di essere consapevoli di come si vive. Fa’ questo esercizio: pensa a come vivi, e a come la percezione arriva sempre prima del pensiero. Mi rendo conto che non riesco a concentrarmi perché mi distraggo in continuazione, e piuttosto che scrivere guardo i camion betoniere fuori dalla finestra.

È importante padroneggiare prima di tutto questo concetto.

I tuoi personaggi vivono nel testo. Falli vivere. E fai vivere il lettore con loro.

A presto!

Sara

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