Narratore onnisciente, perché no?

Che cos’è il narratore onnisciente? È il narratore che sa tutto della storia, dei personaggi, dei loro pensieri e del loro carattere. Agganciandoci agli articoli delle scorse settimane, è il narratore che ti dice che “Marco è avido”, o che “Riccardo saltò sulla barca, ma non sapeva che sarebbe stato un errore”. In sostanza, è un vero narratore. Colui che narra eventi già accaduti e conosce già la storia dall’inizio alla fine e te la narra.

Il narratore onnisciente è l’autore che si fa avanti nella storia, che si intromette per dirti cosa devi pensare dei personaggi e delle loro personalità. Ed è ancora oggi molto diffuso tra gli autori inconsapevoli perché fa comodo comunicare subito al lettore cosa deve pensare di questo o quello. Richiede meno sforzo nella ricerca dei dettagli e nella visualizzazione delle scene. Anche se, come abbiamo già visto, questo approccio non è efficace il lettore tende a dimenticarsi delle indicazioni date dal narratore (e a ricordarsi delle intuizioni che ha da solo).

Il narratore onnisciente deriva da uno stile di scrittura vecchio, adatto a un’epoca passata. Si usava quando la narrativa aveva la dichiarata funzione didattico-pedagogica. Se fatichi a immaginare cos’è il narratore onnisciente, ti faccio un nome. Anzi, un cognome: Manzoni.

Nei Promessi Sposi, Manzoni una narrazione di questo tipo. Lui ci dice cosa pensare dei personaggi, lui si intromette nel testo e ci dà persino la sua opinione riguardo ai fatti. È insomma il perfetto narratore onnisciente. Anzi, invadente, il che è anche peggio. Il narratore onnisciente comunica tutto dei suoi personaggi. L’invadente, invece, ci dà anche il suo giudizio morale.

Ma questo approccio deriva, appunto, dalla necessità di rendere il testo moraleggiante. Manzoni voleva far passare un preciso messaggio didattico. Non voleva scrivere per intrattenimento. Per questo si inventò la storia del manoscritto ritrovato. Lui non aveva inventato nulla, aveva solo riportato quanto scritto da un altro autore. Da qui la lunga premessa dei Promessi Sposi, nella quale Manzoni disinnesca le eventuali critiche di chi lo accusa di aver inventato una storia di finzione (Ommioddioscandalo!). Chissà se la consuetudine di usare la terza persona al passato deriva da questo…

C’è da dire che il 1800 era un periodo storico che tendeva a non considerare valida la narrativa scritta per puro intrattenimento. Quindi se volevi scrivere dovevi per forza dare un insegnamento morale, o comunque mantenerti sui toni del buon costume, e del politically correct del tempo.

Valutando degli incipit di IoScrittore, mi è capitato un testo con una premessa simile: l’autore diceva di aver ritrovato il manoscritto in un vecchio libro, e sosteneva che venisse da un altro mondo. E poi partiva a raccontare la storia del manoscritto. Posso capire che all’epoca di Manzoni avesse senso… ma oggi? L’autore lo usa solo per giustificare l’esistenza di un mondo fantasy? Fa così perché si vergogna di ammettere che gli piace il fantasy, e che gli piace scriverlo? Io spero di no.

Una premessa del genere ha senso solo se a un certo punto anche l’io narrante che riporta il manoscritto viene tirato dentro nel testo e si ritrova nel mondo fantasy. Altrimenti, suona davvero come una giustificazione.

Il fantasy è un genere letterario con piena dignità. Smettiamola di foraggiare la becera editoria che lo considera adatto a bambini e a idioti. Smettiamola di considerarlo inferiore, solo perché parla di altre razze, magie e cose inspiegabili. Il fantasy è figo e ha un potenziale di mercato immenso. C’è un motivo se Amazon Prime e Netflix si sono buttate su serie tv fantasy. E noi scrittori corriamogli dietro, che il pubblico che vuole il fantasy c’è!

Tornando al narratore onnisciente, vediamone i punti critici.

Il narratore onnisciente sa tutto della storia. E allora perché sceglie di raccontarla in un certo modo? Perché non anticipa il finale nella prima pagina? Cosa gli fa decidere se dire una cosa o no? Un narratore onnisciente dovrebbe dirci tutto e subito. E invece perché dice alcune cose, e altre le nasconde?

Il narratore onnisciente è quello che salta dai pensieri di un personaggio all’altro. Come nella Ruota del Tempo: prima leggiamo i pensieri di Egwene, e subito dopo i pensieri di Elayne. E allora perché non vediamo in ogni istante i pensieri di tutti i personaggi in scena? E se c’è una cosa che non manca, nella Ruota del Tempo, sono proprio i personaggi con gli addominali e i polpacci scolpiti.

Vediamo cosa dice Booth a riguardo del narratore onnisciente:

How much aware of himself as narrator? How reliable? How much confined to realistic inference; how far privileged to go beyond realism? At what points shall he speak truth and at what points utter no judgment or even utter falsehood? These questions can be answered only by reference to the potentialities and necessities of particular works, not by reference to fiction in general, or the novel, or rules about point of view

[Il narratore onnisciente] quanto è consapevole di sé stesso come narratore? Quanto è affidabile? Quanto è limitato nel riportare la realtà; quanto riesce ad andare oltre il realismo? Qual è il punto in cui non pronuncia giudizio e non dice falsità? La risposta a queste domande dipende dalle potenzialità e dalle necessità di ogni opera, non dalla narrativa in generale, o dai racconti, o dalle regole del punto di vista.

In pratica il narratore onnisciente diventa un nuovo personaggio, capace di decidere cosa mostrare al lettore, di discernere a suo piacimento bene e male. Quanto sono affidabili le sue parole? Riporta davvero il realismo della storia? Impossibile stabilirlo perché, come riflette Booth, il narratore onnisciente non ha regole. È una bandiera al vento. Un momento può mostrare i pensieri di un personaggio, mentre il momento dopo lo vediamo riflessivo e taciturno. Ma ora nessuno ci dice cosa sta pensando! È insomma un modo di scrivere casuale e privo di criteri. Si scrive un po’ come capita, pensando che fare anticipazioni e dicendo cosa pensano i personaggi sia una buona soluzione.

E non lo è.

Chi è il narratore onnisciente? È un’intrusione dell’autore nel testo. È l’autore che si intromette e ci dice cosa sta pensando quel personaggio. Lo stesso autore che pensa che sia furbo fare delle anticipazioni. Tutto frutto di un approccio poco tecnico e molto casual. Insomma, l’approccio di “wow, mi piace d&d quindi scrivo fantasy!” senza alcuna base di teoria.

Non va bene che l’autore si intrometta. Ricordi perché? 

Perché butta il lettore fuori dalla storia. Interrompe la finzione e rompe il patto col lettore. Hai presente le parole di Booth?

La mia materia è la tecnica della narrativa non didattica, intesa come l’arte di comunicare coi lettori—la soluzione retorica disponibile per lo scrittore di epica, di romanzi, o di racconti che cerchi, consciamente o inconsciamente, di imporre il suo mondo narrativo al lettore.

“Imporre il suo mondo narrativo al lettore” è questione di retorica. Per convincere il lettore a continuare a leggere, è importante che questi non si renda conto di stare leggendo. Il mondo fittizio deve essere reale, deve fluire come la vita. E nella vita non c’è nessuna voce che ti dice cosa sta per accadere, o cosa passa nella testa di tua zia.

L’autore invadente fa questo. Intromettendosi, sottoforma di narratore onnisciente, butta il lettore fuori dal testo. Un po’ come Manzoni che si autodenuncia e dice fin da subito “guardate che state leggendo una storia, eh. È tutto finto”. Ma almeno Manzoni era consapevole di cosa stava facendo, la sua è stata una scelta frutto dei tempi e della funzione della sua narrazione.

Gli aspiranti scrittori di oggi no.

Il narratore onnisciente va ridotto in favore nel narratore implicito. Si tratta di un narratore che scompare nel testo e che non emerge mai. La storia è riportata esattamente come fluisce nella realtà, senza anticipazioni, viaggi nei pensieri di altri personaggi, giudizi o sbalzi di focalizzazione. Il narratore, in altre parole, è il personaggio (o i personaggi) portatore di punto di vista. La storia va mostrata attraverso i suoi occhi.

Se mastichi un po’ di linguaggio tecnico, saprai che la focalizzazione è la profondità di pensiero dei personaggi a cui il lettore ha accesso. Variare la focalizzazione, e farla profonda per un personaggio e leggera per un altro, crea confusione. Il lettore si domanda perché i pensieri di uno sono esplicitati e quelli dell’altro sono appena intuibili. Un altro problema di inaffidabilità del narratore onnisciente…

Ma che cos’è il narratore implicito?

E cosa si intende con narratore che scompare nel testo? È semplicissimo: basta conoscere il punto di vista.

Risposta nel prossimo articolo. Intanto vi lascio con un trafiletto scritto con narratore implicito e mostrato. Una scena che fluisce qui e ora, esattamente come la vivrebbe il personaggio punto di vista, in questo caso in prima persona.

A presto!

Sara

Ho le mani intrizzite dal freddo, spingo la porta col gomito e me la chiudo alle spalle. Il tepore mi avvolge. Il fuoco nel camino rischiara la saletta, il legno è rosso alla luce delle fiamme. Ci sono solo tre tavolini appoggiati al muro. Le sedie sono rovesciate sui ripiani. L’oste, dietro al bancone, sfrega un bicchiere.

Solleva le sopracciglia. «Benvenuto.»

«Buonasera, signore.»

«Vuole mangiare qualcosa?» L’oste ripone il bicchiere nella credenza. «Non ho niente di pronto, se si accontenta ho pane e formaggio.»

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