Dal narratore implicito al filtro del personaggio

Nello scorso articolo abbiamo visto quali problemi si porta dietro il narratore esterno: racconta la storia dall’esterno, è a conoscenza di fatti che i personaggi non conoscono, e comunica direttamente con il lettore. Rompe la magia narrativa di cui parla Booth e spinge il lettore fuori dal testo. Di per sé, nessuno di questi aspetti è un difetto che impedisce al lettore di leggere un testo. Il problema è che un testo esposto col narratore esterno risulterà sempre raccontato. Il narratore esterno conosce la vicenda e la racconta a posteriori.

Non è insomma narrativa immersiva, e va incontro a tutti quei problemi di cui abbiamo parlato negli articoli scorsi e che già i greci avevano imparato a evitare. Noi vogliamo mostrare, non raccontare, ricordi?

Nulla ti vieta di scrivere col narratore esterno, anche se così aumenti la probabilità che il tuo libro finisca tra gli altri 10.000 dimenticati su amazon, con una media di 3 pagine lette al giorno, e 30 copie vendute totali, metà delle quali acquistate da parenti.

Ottimo obiettivo, se il tuo motto è “ma sì, in fondo va bene così, mi sono impegnato tanto, ci ho messo il Quore, a cosa servirà mai studiare narratologia”.

No, se vuoi distinguerti devi rendere il testo calamitico, perfetto nella forma e nel contenuto, adatto all’immedesimazione e all’immersione.

La perfezione della forma passa attraverso il narratore implicito.

Implicito è il narratore che scompare nella vicenda. Non dà opinioni sui fatti, non si intromette con spoiler e non racconta che l’uno o l’altro personaggio è acuto, sveglio, scemo. Non è un narratore che ci parla a posteriori la vicenda. Sa e dice solo quello che succede nel testo, nel momento in cui succede.

Tutto nell’ottica di ottenere la finzione narrativa e assorbire il lettore nel testo. Ricordo che questo aspetto si esprime al massimo quando la vicenda è narrata qui e ora, ovvero quando il lettore la vive mano a mano che prosegue. Solo così la finzione narrativa è rispettata, e al lettore sembra semplicemente di vivere attraverso la storia. Il narratore implicito, quindi, riporta il flusso delle informazioni per come avviene.

E chi può narrare la vicenda, se non il protagonista?

Il narratore implicito passa attraverso il filtro del personaggio. La storia è narrata attraverso gli occhi e le percezioni del personaggio protagonista, che riporta le sue sensazioni, le sue opinioni, la sua visione del mondo.

In altre parole, il lettore legge attraverso la mente del protagonista. Questo non significa che è obbligatorio scrivere in prima persona. Il filtro del personaggio è valido anche per la terza persona, e ne abbiamo un esempio ne “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. In ogni capitolo, Martin narra la vicenda attraverso gli occhi di uno dei suoi personaggi.

E la stessa vicenda avrebbe caratteristiche ben diverse, se narrata da Tyrion, oppure da Sansa! 

Il filtro del personaggio risolve innanzitutto i dubbi esposti nell’articolo scorso.

Uno dei quesiti era: se il narratore esterno sa tutto della storia, con che criteri sceglie quali dettagli mostrarci? Perché in un momento mostra le riflessioni di un personaggio, e due righe dopo di un altro?

La risposta era che l’autore invadente inserisce i dettagli più convenienti per la storia. Si intromette, e dunque rompe la finzione narrativa che, abbiamo imparato da Booth, bisogna a tutti i costi preservare per non far scappare il lettore dal testo.

Il filtro del personaggio disinnesca questo problema: essendo il punto di vista di un personaggio, non può comunicare i dettagli che sa solo l’autore, né si sostituisce a questo.

Prendedo per esempio:

Marco (punto di vista) entrò nella stanza e si piantò di fronte a un omaccione che se ne stava a braccia incrociate con la schiena contro il muro (nuovo personaggio mai introdotto prima).
Marco sogghignò e alzò il mento. «Sei nuovo, gorilla?»
L’omaccione, che era stato nell’esercito per anni, era un duro e non arretrò.

C’è un errore enorme che rappresenta l’intrusione dell’autore invadente. Riesci a coglierlo?

L’omaccione, che era stato nell’esercito per anni… chi fa questa considerazione? Non di certo Marco, visto che non l’ha mai visto prima. Inoltre Marco non ha notato nulla che possa far intuire che l’omaccione è stato nell’esercito.
È l’autore invadente che ci racconta il passato di un personaggio, e per giunta ci fa sapere che è un duro. Ma se il punto di vista è Marco, come può sapere che l’omaccione era nell’esercito? Non può saperlo. La parte va riscritta in modo che sia tutto frutto della testa di Marco.

Marco (punto di vista) entrò nella stanza e si piantò di fronte a un omaccione che se ne stava a braccia incrociate con la schiena contro il muro (nuovo personaggio mai introdotto prima).
Marco alzò il mento. «Sei nuovo, gorilla?»
L’omaccione distorse il muso in una smorfia. Sciolse le braccia incrociate e le ficcò nelle tasche. Sul petto, delle cuciture strappate definivano uno stemma a forma di croce. Lo stemma dei soldati dell’esercito: era un disertore.

Vedi la differenza? La considerazione che l’omaccione sia stato nell’esercito arriva solo dopo che Marco ha visto lo stemma strappato. La deduzione arriva grazie alla percezione del punto di vista. Non è un’intrusione del narratore esterno, è solo una considerazione di Marco. Il quale potrebbe sbagliarsi.

Uno degli aspetti più interessanti del punto di vista del personaggio, è che il personaggio è inaffidabile. Un po’ come quando il detective è convinto che il maggiordomo sia il colpevole, ma alla fine si scopre che l’assassino è un altro. Ma noi lettori eravamo convinti che il protagonista avesse ragione perché abbiamo vissuto tutta la vicenda dal suo punto di vista. Perciò, nel colpo di scena finale, restiamo stupiti quanto il detective.

I lettori adorano essere trascinati nella vicenda. Se il punto di vista prende delle decisioni sbagliate, o si fa un’idea scorretta delle cose, e alla fine arriva un colpo di scena che rivela che il protagonista aveva tratto conclusioni sbagliate… ecco, siete sulla strada giusta. I colpi di scena migliori sono quelli inaspettati sia per il lettore e per il protagonista.

Il filtro del personaggio toglie il problema dei punti di vista ballerini. Quante volte, leggendo un testo di scarsa qualità, ti è capitato di saltare dalla testa di un personaggio a un altro? E quanta confusione ti ha creato?

I punti di vista ballerini e imprecisi sono il bollino del dilettante. Prima ci rinunci, prima ti incammini sulla strada della buona narrativa.

Usando un punto di vista interno al personaggio, e filtrando la storia tramite i suoi occhi, non potremo mai sondare i pensieri di un altro personaggio. A meno che quest’ultimo non sia un altro protagonista, con dedicati capitoli e paragrafi. In tal caso, consiglio di separare bene le parti narrate da uno o dall’altro protagonista, in modo che il lettore sappia che il punto di vista è cambiato.

Prendiamo questo esempio:

Parry entrò nella stanza a passo spedito. Sapeva di essere in ritardo per la lezione di ricamo. Il professor Spiton, già alla lavagna, scosse la testa e si domandò tra sé quanto sciocco fosse il ragazzo.

Abbiamo due punti di vista, uno di Parry e uno del professor Spiton: Parry sa di essere in ritardo. Siamo nella sua testa, nei suoi pensieri. Il professore, invece, si domanda quanto l’alunno è sciocco. Ora siamo dentro la sua testa.

Saltiamo dai pensieri di uno ai pensieri dell’altro in tre frasi. Non va bene, una soluzione del genere è puro narratore esterno, che ci racconta in maniera invadente i pensieri di personaggi.

Parry entrò nella stanza a passo spedito. Sapeva di essere in ritardo per la lezione di ricamo. Il professor Spiton, già alla lavagna, scosse la testa e lo fulminò con un’occhiataccia.
Di nuovo in ritardo. Parry deglutì. Ora penserà che sono un idiota.

Molto meglio così, no? Il punto di vista è solo Parry. Osservando i gesti del professore, Parry intuisce di averlo infastidito.

È il protagonista che, vedendo il comportamento degli altri personaggi, deduce cosa provano. Possiamo ricollegare questo argomento al solito “mostra, non raccontare”. Mostriamo la smorfia del professore, e da lì il protagonista capisce che è scocciato, allegro, sovrappensiero. Magari il prof stringe gli occhi e le labbra e guarda fuori dalla finestra. Parry, notando la sua espressione, si domanda se il prof ha dimenticato fuori lo stendibiancheria, sotto l’acquazzone. Oppure pensa che gli scappa la cacca.

Rendiamo così il testo molto più immersivo. Siamo a tutti gli effetti nella testa del protagonista, che percepisce il mondo circostante e ne trae le sue conclusioni.

Il protagonista, portatore di punto di vista, ci dà la sua immagine del mondo e degli eventi. Un’immagine data qui e ora, secondo l’ordine delle sue percezioni, come se noi lettori vivessimo la vicenda con lui. È lui il filtro della vicenda, e la storia arriva al lettore già depurata di tutti quei dettagli che un narratore esterno, e un autore invadente, potrebbero inserire.

Per chi scrive senza domandarsi come o perché, questo discorso tecnico suona complesso e alieno.

Il cambiamento da autore esterno, o telecamera neutra, o qualsiasi cosa tu sia abituato a fare, a narratore implicito, può risultare brusco. Dai un’occhiata ai tuoi testi e al tuo modo di scrivere. Passi dalla testa di un personaggio all’altro? Oppure hai un solo punto di vista, ma ti ritrovi a descrivere una città vista dall’alto come se fossi un piccione? Nessuna delle due va bene.

In genere ho osservato che saltare dai pensieri di un personaggio all’altro è un errore frequente nei libri in terza persona. Con la prima, invece, si tende a fare meno questo errore ma di più l’altro: staccarsi dal personaggio e raccontare la città, il traffico, la montagna, eventi lontani, che suonano come una telecamera in volo. Non preoccuparti, è una narrazione cinematografica frutto della sovrabbondanza di serie tv a cui siamo ormai abituati, e all’intrattenimento televisivo. Però resta appunto una tecnica da film, per la narrativa meglio restare nel personaggio.

Se hai dubbi, rileggi con calma gli articoli, specialmente quello che mette in luce i problemi del narratore esterno. Capirai naturalmente che il filtro del personaggio, ossia il narratore implicito, è la migliore alternativa possibile per fare narrativa immersiva.

Per qualsiasi dubbio scrivimi, o mandami dei piccoli brani. Cercherò di indicarti quelli che, per la narrativa immersiva, sono errori.

Nel prossimo articolo vedremo come usare il filtro del personaggio. Spiegherò perché rende più semplice la scelta dei dettagli, e come sfruttarlo al meglio per descrivere ciò a cui il protagonista, essendo abituato, dovrebbe ignorare.

Stavolta andremo dritti alla psicologia e agli esempi.

A presto!

Sara

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