Inserire i dettagli in maniera dinamica: le abitudini

Ripercorriamo le parti del procedimento che ci hanno portato fin qui:

  • la narrativa immersiva serve a non staccare il lettore dal testo
  • il miglior modo per narrare è usare il filtro del personaggio
  • il filtro del personaggio presuppone che si usi un personaggio punto di vista
  • i dettagli inseriti nel testo dipendono dall’attenzione del punto di vista

A supporto degli ultimi due punti, abbiamo chiamato in causa la psicologia cognitiva e le modalità con cui il cervello rileva certi stimoli (per esempio, lungo una strada abituale, nota un cartellone pubblicitario solo se caduto) e ne ignora altri. Sembrano discorsi complicati, ma è tutto molto più semplice di quanto sembri, per lo meno a me. Basta tenere a mente che:

  1. il personaggio punto di vista è una persona, e il suo cervello funziona come quello di un umano, il tuo e il mio.
  2. il cervello è in perenne modalità risparmio energetico e ignora quante più cose possibili. Lo stato base del cervello, infatti, è la non decisione, il non impegno, il non cambiamento, la non concentrazione. Un sacco di NON, chiaramente inconsci, che ci ostacolano durante la vita di ogni giorno. Che ci vuoi fare, al nostro cervello basta che noi mangiamo consumando meno energie possibili. Tutto il resto è uno sforzo di cui farebbe a meno.

Tornando al filtro del personaggio, oggi risolviamo il problema delle abitudini.

Le abitudini sono circuiti mentali consolidati, connessioni che il nostro cervello ha fatto migliaia di volte e che sono, perciò, automatiche. Pensa a quando scrivi: fai attenzione a ogni movimento della mano, o ti è automatico?

E quando cambi marcia? Quando pedali?

Avrai fatto attenzione a queste azioni mentre le imparavi. Premi la frizione fino in fondo, cambia da seconda a terza, molla la frizione. Ora lo fai senza pensarci.

Sono diventate abitudini, gesti automatici che il tuo corpo fa senza dover ogni volta pensare al perché e al come. Torniamo al risparmio energetico: visto che l’azione è ripetuta migliaia di volte, il cervello ha pensato che forse è il caso di smettere di concentrare lì la tua attenzione, e di dirottarla su qualcos’altro. Sugli addominali delle pubblicità di intimissimi, per esempio.

Coi numeri è più facile: ipotizziamo che il tuo cervello abbia una RAM (qualsiasi cosa sia una RAM) di 10 blocchi. All’inizio, guidare ti occupava 9 blocchi. Accidenti, così tanta RAM occupata per guidare? Certo, perché ogni azione andava processata, e tu ci dovevi pensare. Tutta la tua attenzione era rivolta lì.

Col tempo però il meccanismo si è oliato, e ora guidare ti occupa mezzo blocco di RAM.

A furia di ripeterlo, il circuito si è automatizzato.

In termini psicologici, guidare è passato dalla memoria dichiarativa, da cui il cervello pesca le informazioni, a memoria procedurale: non sai perché fai qualcosa, ma ti viene automatico.

Le abitudini sono un ottimo strumento per caratterizzare il personaggio, lo rendono molto umano e rafforzano l’idea che sia una persona reale, più che lettere su uno schermo o su carta. Le abitudini, quindi, rafforzano la finzione narrativa… naturalmente senza esagerare!

Qual è il problema delle abitudini in narrativa?

Che il personaggio punto di vista non se ne rende conto. Esattamente come non si rende conto del lampadario che ha da 10 anni in camera, o della figure di Hatsune Miku lì da una vita a prendere polvere. Il nostro obiettivo è quindi presentare le abitudini in modo che il personaggio possa accorgersene.

Prima di procedere, però, vediamo se hai capito.

Guarda questo brano:

L’equazione è piena di x e y, non ne ho mai viste così tante. Stavolta la Bombardin è stata spietata. Il cuore martella nel petto. Calma, ce la puoi fare. Devo prima raccogliere a fattor comune. Vediamo… mi porto una mano al viso. Tocco il lobo dell’orecchio e lo stringo, le dita passano alla perlina. La tormento tra pollice e indice.

Stiamo parlando di un tic nervoso di una studentessa delle superiori che affronta una verifica. La sua attenzione è rivolta all’equazione. Eppure troviamo scritto di lei che si tormenta l’orecchino. Scrivere così ha senso solo se, in quel momento, l’attenzione è rivolta al tic. Ma se è un tic nervoso che ripete sempre, quando è sotto stress, e dunque focalizzato su altro, come fa il personaggio a rendersene conto?

Non può.

Così come io non mi rendo conto di battere il tallone sul pavimento finché qualcuno mi domanda se sono nervosa. Vuol dire che non possiamo parlare di tic nervosi?

Certo che no, basta inserirli in maniera furba, come abbiamo fatto coi dettagli.

Possiamo rendere consapevole il personaggio punto di vista di un tic o di un’abitudine tramite l’inaspettato, ossia quando accade qualcosa che contrasta il suo comportamento e che lo costringe a riportare l’attenzione su di esso.

Un modo semplice è quello di far sì che l’abitudine del personaggio subisca una variazione o un’interruzione tale per cui il personaggio se ne renda conto.

Riprendiamo la nostra studentessa:

L’equazione è piena di x e y, non ne ho mai viste così tante. Stavolta la Bombardin è stata spietata. Il cuore martella nel petto. Calma, ce la puoi fare. Devo prima raccogliere a fattor comune. Vediamo… se raccolgo il 2, qui mi restano 3/2. No, devo prima risolvere il binomio. Una perlina ticchetta sul foglio, la fermo con la mano. È l’orecchino! Cavolo, devo smetterla di tormentarlo. Mi getto un’occhiata intorno. Gli altri hanno tutti la faccia sul compito. Per fortuna non l’ha notato nessuno.

Meglio, no? La studentessa si rende conto del tic solo quando ha motivo per pensarci, ossia quando succede qualcosa di inaspettato: l’orecchino si stacca.

Vediamo quest’altro caso:

Sterzo tutto a sinistra entro nel piazzale. Come al solito il parcheggio è deserto, arrivo sempre così presto che non c’è mai nessuno. 

Abbiamo un’abitudine, l’arrivare presto, e abbiamo il punto di vista che se ne rende conto. Scritta così, è un errore. Se sei solito prendere la corriera alle 6.15, e alle 6.15 la corriera è sempre stata vuota, come puoi fare un pensiero su quanto è vuota la corriera? Non lo fai, perché che sia vuota è la normalità.
Così come è normale il parcheggio vuoto per il punto di vista.

Risolviamo:

Sterzo tutto a sinistra ed entro nel piazzale. Davanti all’ingresso c’è l’audi di Condotti. Strano, lui non arriva mai così presto al mattino. Dev’essere successo qualcosa.

Stavolta l’abitudine emerge per contrasto: accade qualcosa a cui il personaggio non è abituato. Grazie a questa anomalia, il lettore capisce che il personaggio è più mattiniero dei colleghi e che la presenza di un’altra auto è così strana da attirare la sua attenzione.

In fondo, si tratta sempre di modi furbi di trasmettere informazioni al lettore. Il modo migliore di veicolare informazioni è quello trasparente. Si danno informazioni non perché il lettore le deve conoscere, non ficcandogliele davanti agli occhi apposta, ma perché emergono naturalmente dal testo.

Qualsiasi informazione buttata lì per informare il lettore di qualcosa, sia un dettaglio, un’abitudine, un posto, sa di narratore esplicito.

Tieni presente che queste sono regole funzionali a far fluire il testo in maniera più naturale e spontanea possibile, ovvero più vicino possibile a come già il nostro cervello registra e processa le informazioni. Un testo che aderisce agli schemi del cervello è un testo che, tecnicamente, sarà più immersivo e coinvolgerà di più il lettore.

Per questo insisto sulla psicologia cognitiva. Si tratta di proporre un modello di scrittura che replica quello che il nostro cervello fa già. Si tratta di circuiti consolidati. Di schemi di funzionamento collaudati.
A parità di contenuto, un testo scritto con questi crismi piacerà istintivamente di più perché rispetta e ripete quello che già fa il cervello.

Ora sta a te trovare modi fantasiosi per far emergere le abitudini del tuo personaggio punto di vista. Certo, questo ti richiederà più sforzo rispetto allo scrivere pigro e inconsapevole a cui magari ti sei abituato. Ma niente paura, con la pratica si risolve tutto.

A presto!

Sara

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