L’empatia: Tra Squid Game e il Save the cat – parte 1

Se hai dimestichezza con qualche regola della scrittura narrativa, avrai già sentito parlare del Save the cat, salva il gatto. All’inizio del libro è buona cosa inserire una situazione in cui il protagonista si presenti come buono e giusto. Come se salvasse un gatto in difficoltà. Insomma, deve essere confezionata una scena che ci faccia piacere il protagonista. Perché?

Perché, se per assurdo il protagonista non fosse piacevole, il lettore avrebbe un motivo in meno per proseguire la storia.

Save the cat – Writes a novel. Purtroppo è solo in inglese, ma è un valido manuale che spiega come funziona la costruzione dell’empatia nella letteratura.

Magari continuerebbe a leggere perché interessato all’argomento, o perché incuriosito dal mistero, o perché ti dà fiducia. Ma non puoi darlo per scontato. Senza il save the cat, viene meno un motivo per seguire il testo. Il save the cat è per la sceneggiatura ciò che lo show don’t tell è per la tecnica narrativa. Un mantra.

Naturalmente è una massima generale. Se la tua prima scena è così interessante e magnetica da non richiedere un protagonista piacevole, allora puoi dedicarti al Save the cat in un secondo momento. Devi però essere consapevole che, a un certo punto della storia, sarà fondamentale che si instauri un legame tra il lettore e il protagonista.

Il lettore deve essere coinvolto dalle vicende del protagonista, deve essere in pensiero per lui, deve tifare per lui. Cosa che non può accadere se il protagonista risulta antipatico. In tal caso, il lettore tiferà contro il protagonista e vorrà la sua disfatta.

Si può fare. Basta che tu ne sia consapevole. Esatto, devi essere consapevole che hai creato un protagonista antipatico e che in caso di sconfitta, sfiga o delusione il lettore penserà “eh, che imbecille, gli sta bene!”

È quello che accade all’inizio di Squid Game.

Se non vivi in un bunker ne avrai sentito parlare: si tratta di una serie tv Netflix a tema survival game: una serie di giochi spietati che mettono i giocatori di fronte a sfide mortali. Ora penserai che è facile empatizzare con dei poveri giocatori costretti a massacrarsi… non fosse che tutti i giocatori reclutati, incluso il protagonista, sono il peggio della società coreana.

Da qui in poi ci saranno spoiler SOLO sul primo episodio, in particolare sui primi venti minuti. Non c’è niente che possa compromettere la visione, perciò va’ tranquillo.

Vediamo da vicino il protagonista, Gi-Hun. Nella prima scena lo vediamo in mutande e t-shirt mentre riceve dei soldi dalla madre. Malgrado sia anziana, lei continua a lavorare (lava i panni altrui a domicilio) per mantenerlo e per ripagare il suo debito.
Gi-Hun, chiaramente nella posizione di personaggio spiacevole, ha pure il coraggio di risponderle a tono, nonostante lei si prodighi ancora per lui.

A questo punto lo spettatore tifa per la povera madre e critica lo sfaticato protagonista. L’empatia è costruita al contrario: sviluppiamo un’antipatia per Gi-Hun.

La sceneggiatura prosegue in questa direzione. Gi-Hun frega la carta di credito che la madre tiene nascosta e la usa per prelevare. La madre sa che lui è una carogna, e ha cambiato il pin. Dopo un paio di tentativi, Gi-Hun riesce a prelevare.

Esatto, questo scansafatiche disgraziato ruba i soldi alla povera madre.

Perché?

Per scommettere sulle gare di cavalli. Più volte. Anche dopo aver perso. È un incallito giocatore d’azzardo.
Per i più sensibili qui potrebbe arrivare un cenno d’empatia. Gi-Hun è un malato patologico di  gioco d’azzardo. È sì un disgraziato, ma è un disgraziato che va aiutato.

La costruzione del personaggio fa un’altra capriola quando scopriamo che Gi-Hun ha pure una figlia avuta con la ex moglie. Telefona alla bambina e, felice di aver vinto una scommessa e di aver intascato qualche soldo, le promette una bella cenetta per il suo compleanno.

Gi-Hun in questa fase è felice, sorridente, drogato dall’entusiasmo della vittoria. Lui non dà peso al fatto di spillato soldi alla madre per usarli nelle scommesse né alla precaria situazione economica in cui si trova. La piccola vittoria momentanea basta a cancellare tutti gli altri elementi negativi della sua vita. Assurdo? Sì, è malato di gioco d’azzardo.

Ed è pure inseguito dagli usurai.

Di nuovo al verde, la cena con la figlia è di un imbarazzo immenso. Gi-Hun le promette mari e monti, ma alla fine le regala un accendino a forma di pistola vinto in un ufo catcher. La bambina capisce che Gi-Hun si sta sforzando e cerca di metterlo a suo agio. Evita di dirgli del trasloco: sta per trasferirsi negli Stati Uniti assieme alla madre e al suo nuovo marito.

Per non spezzare il cuore del padre, evita di dirglielo.

Abbiamo visto poco più di quindici minuti e tutto quel che sappiamo è che Gi-Hun è un fallimento vivente.

La madre anziana gli vuole così tanto bene che lo mantiene e lo aiuta, e lui in cambio la deruba.

La figlia gli vuole così tanto bene che ha paura di ferirlo nonostante lui sia un pessimo padre.

Gi-Hun è un fallito. Come uomo, come figlio, come padre, è un individuo vergognoso, un buono a nulla. È così imbarazzante che ci chiediamo cosa di brutto gli accadrà ora. Perché è chiaro che accadrà qualcosa di brutto.
Gi-Hun non è sfortunato, Gi-Hun si caccia nei guai di proposito. È causa del suo male. In altre parole, è caduto in una spirale di danni sempre più grandi che ormai hanno sgretolato la sua vita e la possibilità di rifarsene una.

Rileggiamo quanto visto fin qui dal punto di vista del Save the cat.

  • Ha degli affetti che gli vogliono bene, ma lui è un totale ingrato. Ci sorge spontaneo quindi criminalizzare Gi-Hun e provare empatia per l’anziana e la bambina.
  • Mente a sé stesso. Sa benissimo che non riuscirà mai a rendere felice la figlia, eppure le promette l’impossibile.
  • Inseguito dagli usurai, giocatore incallito, totalmente responsabile delle vicende negative che gli capitano.

È un disgraziato che si tira la zappa sui piedi e noi, come spettatori, vogliamo solo vederlo sbattere contro un palo della luce.

Per questo non ci sorprendiamo quando viene reclutato nel folle Squid Game.

In questo caso, creare un protagonista antipatico è servito a rendere plausibile e tollerabile un gioco in cui i partecipanti muoiono come mosche. All’interno del primo episodio, il gioco è la naturale conseguenza dello stile di vita di Gi-Hun. È quel che si merita.
È la naturale prosecuzione della sua spirale discendente.

L’empatia, o meglio l’antipatia, serve proprio a farci accettare lo Squid Game.

Un protagonista simpatico e amabile sarebbe risultato più difficile da calare in un contesto così degradato. Gi-Hun nel degrado ci sguazzava già, lo Squid Game è solo un degrado più estremo.
È importante capire che il personaggio è stato presentato in tal modo per questo specifico motivo. Potremmo chiamarla costruzione dell’antipatia, o costruzione dell’empatia al contrario.

Gi-Hun non infatti rivela i suoi lati migliori all’inizio, ma nel corso della serie, ben dopo essere stato presentato come padre fallito e uomo vergognoso. Per quanto sia un disgraziato, Gi-Hun si rivelerà comunque migliore, a livello umano, di tanti altri partecipanti.

Questo articolo si conclude qui per evitare spoiler sugli episodi successivi.

Torneremo su Squid Game e sulla costruzione dell’empatia di Gi-Hun nei prossimi articoli in cui saranno spoiler.

Se ti è piaciuto o vi è tornato utile, lascia un like o un commento o magari confdi.

A presto!

Sara

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