L’empatia – Tra Squid Game e il Save the cat – parte 2

Pericolo SPOILER!

Nello scorso articolo abbiamo visto come in Squid game l’interesse per il protagonista venga costruito al contrario, ovvero presentandolo come una figura negativa a cui devono accadere eventi sempre più spiacevoli, proprio per farci accettare il gioco in cui cade. Il primo episodio sbatte in faccia allo spettatore una tale quantità di brutalità e cattiveria che ci viene da chiederci “ma come sono arrivati a questo punto”?

È bene ricordare che chiunque sia lì è lì per sua libera scelta, anche se non sapeva cosa lo attendeva. Dunque non riusciamo ancora a considerare Gi-Hun come un povero martire, perché si è cacciato nei guai di proposito.

Gi-Hun non è un santo, e i primi venti minuti ce lo dimostrano. Una ragazza viene presa di mira e lui che fa? Interviene solo perché anche lui vanta un credito nei suoi confronti. Insomma, carogna fino in fondo. Tuttavia i guai che gli capitano a causa di una scelta sbagliata sono sproporzionati.
Questo costituisce un elemento di empatia: durante e appena dopo il primo gioco, Gi-Hun si rende conto di aver commesso un errore. Soffre e si pente.

La prima conferma che Gi-Hun è una persona con la testa sulle spalle arriva quando vota per interrompere il gioco e, indirettamente, salvare tutti quelli che sono lì dentro.

Il fatto che lui voti per primo è importantissimo.
Sai che la prima recensione di un locale influisce su tutte le seguenti? E che la prima opinione data su un film condiziona quelle che arrivano dopo?

Le scelte e le opinioni di un individuo dipendono in parte da cosa ha fatto l’individuo prima di lui. Riprova sociale, bias di conferma, de-responsabilizzazione… l’uomo è sociale e il suo cervello è impostato per tenere in gran considerazione il comportamento altrui.

Gi-Hun, votando per primo:

  • non è stato influenzato da nessuno, vota di sua spontanea volontà
  • influenza tutti quelli che vengono dopo

Si ritrova con una grande responsabilità. Peccato che il secondo voti per far proseguire il gioco e quindi riporti la situazione in equilibrio 1-1, però intelligente la scelta degli scrittori di farlo agire per primo. L’importante è comunque che Gi-Hun abbia votato per primo e abbia espresso la sua volontà senza nessuna pressione.

Torna a casa giusto in tempo per scoprire che la madre, malata di diabete, morirà se lui non trova i soldi. Il bisogno di denaro si fa più urgente, e soprattutto non è più fine a sé stesso. Per quando si sia dimostrato carogna nel rubarle i soldi, Gi-Hun non può accettare che la madre muoia.

Non sembra ancora mosso dal desiderio altruistico di fare del bene, quanto piuttosto da un bisogno di riconoscimento da parte della madre. Gi-Hun ha toccato il fondo, ammette a sé stesso di essere un fallito che ha bisogno di riscatto. Accetta di rischiare la vita per trovare il denaro e torna nello Squid Game.

La scrittura è acuta.

La storia è fatta in modo da poter dare a Gi-Hun la possibilità di mettersi in gioco. Probabilmente se non fosse entrato in contatto con lo Squid Game Gi-Hun non avrebbe mai avuto possibilità simili. Ora Gi-Hun lotta per salvare sua madre a costo della vita. Per quanto sia stato disgraziato, ha un obiettivo moralmente corretto.

A questo punto l’empatia per il personaggio comincia a delinearsi, si inizia a costruire l’interesse. Vogliamo che Gi-Hun vinca il gioco e trovi i soldi per salvare la madre e, perché no, essere un miglior padre.
Tuttavia non è abbastanza. Ricorrere allo Squid Game sembra una soluzione troppo facile, una scappatoia troppo conveniente per riparare ad anni di errori, irresponsabilità e debiti. Infatti sarà un inferno (come il titolo del secondo episodio, in cui sceglie di tornare.)

La costruzione dell’empatia continua nel corso di tutta la serie. In primo luogo, percepiamo la sua sofferenza quando si trova a compiere scelte tremende (per esempio nel tiro alla fune)

In secondo luogo, Gi-Hun ha modo di dimostrare i suoi valori. Più la fazione cattiva acquista forza, più lui si schiera coi deboli, coi soli, e costruisce attorno a sé una squadra di rifiutati che, in altre situazioni, sarebbero stati sconfitti e uccisi. Gi-Hun brilla in un contesto in cui le persone intorno diventano cattive e seppelliscono ogni morale sotto a interessi personali.

Gi-Hun diventa il faro morale. Chiunque venga ucciso, anche nei momenti fuori dal gioco, riduce il numero dei partecipanti e aumenta il montepremi. Non c’è nessuna punizione per chi massacra gli altri concorrenti, anzi i partecipanti sono incentivati a farlo.

È l’esatto contrario di quanto succede nella civiltà. Ridurre il numero di partecipanti è ammesso con ogni mezzo.

Come lo spettatore, Gi-Hun capisce che si tratta di un sistema assurdo, ma sa anche che non può uscirne se non arrivando in fondo ai sei giochi.

Anche qui nulla è lasciato al caso. Gi-Hun si comporta così perché ne ha l’occasione. Lo Squid Game gli dà la possibilità di essere buono e giusto. Lui non è un leone, non è perfetto e non è un santo, ma quando tutti intorno a lui sono dei bastardi patentati, ci vuole poco a sembrare buoni e giusti. È nella difesa dei deboli e dei soli che Gi-Hun diventa finalmente un personaggio con cui empatizzare. Lui, che si sente un rifiuto, considera gli altri delle persone migliori, come il genio Sang-Woo (quante volte ha ripetuto che lui è un genio, quasi come per sminuire sé stesso?) o l’innocente vecchietto malato. O la ragazza sola.

La sensazione di vergogna e imbarazzo per lui che noi spettatori provavamo all’inizio è probabilmente il modo in cui Gi-Hun percepisce sé stesso.

Arrivati a questo punto, ribaltiamo la prospettiva.

Quando si tratta di soldi, è una carogna. Per esempio:

  • all’inizio ruba i soldi alla madre 
  • quando viene liberato assieme a Sae Byeok, mente per farsi restituire il denaro rubato

Quando si tratta di vita o morte, Gi-Hun è una brava persona e sa fare scelte morali corrette. Per esempio:

  • quando la madre è malata, accetta di rischiare la vita per salvarla
  • prende le difese dei deboli schierandosi dalla loro parte nonostante questo indebolisca la squadra

Gi-Hun sa perfettamente che la vita vale più dei soldi. Ha una morale corretta. Altro punto che rinsalda il legame tra spettatore e protagonista.

Dal ritorno nello Squid Game, la sceneggiatura ha cura di non farci più apparire Gi-Hun come troppo carogna.

I giochi peggiorano:

  1. giocatori contro sistema (un due tre stella, gioco dell’ombrello) in cui non si deve far male a qualcun altro.
  2. giocatori contro giocatori a squadre (tiro alla fune) in cui si fa il male a qualcuno a livello di squadra, il che è sia de-responsabilizzante (siamo tutti assassini, non solo io) sia giustificante (se non uccido gli avversari muore la mia squadra).
  3. Giocatore contro giocatore (gioco delle biglie) in cui si lascia morire l’altro, anche in questo caso de-responsabilizzante (la colpa è del gioco, non mia).
  4. Giocatore contro giocatore e sistema (passerella di vetro) in cui si fa del male agli altri consapevolmente, per salvarsi.
  5. Giocatore contro giocatore (squid game) in cui si uccide deliberatamente l’altro.

Vediamo nel dettaglio Gi-Hun rispetto a ciascuno dei giochi.

Il quarto gioco: le biglie
La scelta tra uccidere o non uccidere arriva al quarto gioco, il gioco delle biglie. Gi-Hun aveva scelto di far squadra col vecchietto perché sicuro che nessuno avrebbe fatto squadra con lui. Ironia della sorte, il gioco li mette uno contro l’altro e Gi-Hun, tra sensi di colpa colossali, inganna il vecchietto per prendergli le biglie. Si comporta da carogna, ma noi tifiamo per lui perché:

  • l’anziano è malato terminale, anche vincendo lo Squid game non andrebbe da nessuna parte.
  • non capisce più niente e vagando come un imbecille fa venire i nervi sia allo spettatore che al povero Gi-Hun

Vedi come niente è inserito a caso? La storia è scritta in modo da farci giustificare Gi-Hun.
Il vecchietto però si accorge che Gi-Hun lo sta ingannando e glielo fa notare. Gi-Hun si sente un mostro e, a questo punto vacilla. È giusto vivere a scapito del vecchietto?
Gi-Hun non compie una scelta. È il vecchietto che gli consegna spontaneamente la biglia, quindi Gi-Hun di fatto non ha ucciso nessuno.

Anche in questo caso, la sceneggiatura ci salva l’immagine del personaggio, che dopo i sensi di colpa e la sofferenza ci appare ancora più vicino. Altro punto in cui l’empatia aumenta.

Il quinto gioco: la passerella
Il quinto gioco spinge i giocatori al massimo della carognaggine. Devono procedere su lastre di vetro col rischio del 50% di scegliere quella sbagliata, precipitare e morire. I giocatori davanti cadono. I giocatori dietro vedono gli errori dei compagni e scelgono il percorso corretto. Insomma, è un gioco in cui chi è davanti deve sacrificarsi per salvare gli altri.

Ed ecco l’intoppo: a un certo punto il giocatore in prima posizione non va più avanti. Non vuole sacrificarsi per permettere agli altri di vivere ed esorta quelli dopo a passare. Ma nessuno passa. È la fiera dell’egoismo, quindi si procede mandando gli altri avanti a forza.

La storia è scritta in modo intelligente e, se vogliamo, paraculo. Perché Gi-Hun, essendo in fondo con altri personaggi principali, non rischia praticamente nulla, né è messo di fronte a dure scelte morali. Non ha mai davanti a sé la scelta: mi sacrifico io, o sacrifico l’altro?

Nota per scrittori: quando scrivi, vuoi e devi far emergere quello che vuoi tu. Nel gioco della passerella gli sceneggiatori di Squid Game non volevano mettere di nuovo in crisi Gi-Hun, né impelagarsi con ulteriori dilemmi morali che potessero minare l’integrità del personaggio.

Se scrivendo ti trovi in un vicolo cieco, torna indietro e gira la situazione in modo da evitare il problema, così come gli sceneggiatori hanno piazzato Gi-Hun in fondo.

Il sesto gioco: Squid game
Si tratta di un gioco di vita e di morte, i partecipanti devono consapevolmente uccidere l’avversario per salvarsi e ricevere il premio. Non ci sono più muri dietro cui nascondersi. Non ci sono modi per de-responsabilizzarsi. Il giocatore è chiamato a fare del male per il proprio tornaconto personale.

Vedi come il conflitto viene esasperato, di gioco in gioco, per far emergere la vera natura umana? Per Gi-Hun non c’è nessuna scappatoia, e anche qui la scrittura ci porta a giustificarlo.

Il suo avversario è il viscido Sang Woo, che ha appena ucciso la già ferita Sae Byeok per evitare che lei e Gi-Hun fermassero il gioco. Gi-Hun avrebbe tutti i motivi per farla pagare a Sang Woo. Invece Gi-Hun si ferma, anche se non è necessario.

Ora sappiamo davvero chi è. Lui non uccide, neanche per soldi, neanche per salvare la madre malata. È disposto a vanificare tutti gli sforzi fatti finora pur di non degradare al livello di assassino.

Gi-Hun resta umano, e vince restando umano, perché ancora una volta (le paraculate cominciano a essere un po’ troppe però) la storia va avanti senza il suo intervento e Sang Woo si toglie la vita da solo, un po’ com’era accaduto col vecchietto.

L’empatia in questa storia è molto importante perché passa per come il protagonista percepisce sé stesso. Attraverso le scelte che è costretto a fare lui capisce davvero chi è. Smette di vivacchiare e cresce, diventa responsabile per la morte e la vita altrui.

Non è il carogna ruba soldi scommettitore, è una persona buona e moralmente corretta, come dimostra nel finale: non vuole spendere i soldi guadagnati con la morte altrui.

A questo punto, nel finale, l’empatia per il personaggio raggiunge la piena potenza. Ci dispiace che Gi-Hun viva da barbone, ci dispiace che abbia sofferto così tanto da non riuscire a reagire. Il suo stile di vita è peggiorato rispetto all’inizio, lui sta peggio, e noi con lui. Mentre all’inizio volevamo solo che qualcuno gli desse una lezione, ora vogliamo che qualcosa lo aiuti a superare i drammi che ha vissuto.

Ultima chicca: Gi-Hun è cambiato, noi spettatori ce ne rendiamo conto perché lui si dimostrava sempre più umano e corretto mano a mano che il contesto degradava. Lui però non se n’è reso conto. Non ha realizzato che lo Squid Game l’ha reso una persona migliore.

Sarà il vecchietto a farglielo notare: Gi-Hun è diventato una persona che ridà speranza nell’umanità.

Serve proprio questa rivelazione a illuminare Gi-Hun, a fargli realizzare il proprio cambiamento. Negli ultimi minuti dell’ultimo episodio affronta le questioni sospese, riprende in mano la sua vita, si tinge i capelli e dichiara guerra al frontman e allo Squid Game.

Ha iniziato la serie da fallito e l’ha finita da eroe.

Sara

3 pensieri riguardo “L’empatia – Tra Squid Game e il Save the cat – parte 2

  1. Ottima analisi. Non credo che la costruzione dell’empatia sia perfetta in Squid Game, ma non c’è dubbio che gli sceneggiatori abbiano lavorato su quell’elemento, come dimostri. Il problema, a mio avviso, risiede nella prima impressione di Gi-Hun, che non appare subito sotto una luce particolarmente positiva, e nella passività del personaggio rispetto a molti degli elementi/prove a cui è sottoposto. Del resto, Gi-Hun vince anche grazie alla “cattiveria” degli altri partecipanti… e per questo, nonostante Gi-Hun sia indubbiamente il fulcro del bene della storia, preferisco il suo amico/nemico Sang Woo, che non rimane “umano” ma si adatta alle circostanze, ha il coraggio di sporcarsi le mani per andare avanti, a differenza di Gi-Hun, e gode anche lui di una buona costruzione dell’empatia.

    Alla fin fine Gi-Hun mi è risultato un po’ troppo codardo e fortunato. E giudicante, in certi casi, come quando se la prende con Sang Woo per aver buttato giù il tizio sulle piattaforme di vetro. È come se non si rendesse conto di ciò che sta facendo, di dove si trova, del fatto che lui stesso abbia decretato la morte di altre persone per il solo fatto di aver partecipato. Gi-Hun, infatti, supera quella prova proprio grazie al cinismo di Sang Woo. È questo, secondo me, il problema più grande della serie, oltre ai millemila buchi, dialoghi e scene surreali: per com’è impostata, Gi-Hun non poteva che essere il perdente in una sfida simile, giacché solo un “malvagio” avrebbe potuto trionfare e, perciò, non vince per dei reali meriti.

    Quello che voglio dire è che la serie prova a fare un discorso morale totalmente fuori luogo rispetto al contesto che costruisce. Gi-Hun dovrebbe essere il fulcro del bene ma, per me, non si pone su un piano più alto degli altri, anzi. È come se chiagnesse e fottesse, come se gettasse il sasso e nascondesse la mano. Non so se mi spiego. Sang Woo è l’unico dotato di una certa integrità e coerenza rispetto ai suoi principi e al contesto in cui si trova, e infatti rimprovera a Gi-Hun la sua ottusità.

    Comunque, è raro trovare qualcuno che parli di costruzione dell’empatia in una storia. Brava!

    "Mi piace"

    1. Bella riflessione, sono d’accordo su molte cose.
      Ho notato anch’io che Gi-Hun è passivo soprattutto nel tiro alla fune e nella passerella. Gli altri agiscono al posto suo e non gli è permesso mostrare i suoi lati negativi. È proprio questo che intendo con, perdonami la poca raffinatezza, scrittura paraculo. Non ci sarebbe nessun problema se non che è evidente in certi frangenti. Gi-Hun che sta 10 minuti a scegliere la casacca e alla fine capita proprio in fondo mi pare un’auto denuncia della scrittura che si è messa in un vicolo cieco da sola.
      Gi-Hun critica Sang Woo per aver buttato giù il vetraio solo per apparire definitivamente buono e giusto agli occhi dello spettatore.
      Credo che la tua interpretazione sia corretta: vince per scelte altrui, nelle difficoltà è guidato dalla trama.
      Che il suo arco di trasformazione riguardi l’assumersi le responsabilità?
      Nel finale, dopo aver ricevuto l’illuminazione grazie al vecchietto (gli ha fatto recuperare fiducia nel mondo) Gi-Hun riprende in mano la sua vita e comincia a prendere decisioni.
      Sono d’accordo sul discorso morale faticoso da applicare al contesto, chissà se c’è stata una logica generativa (da tema a contesto) come insegna la Marks o se è tutto frutto di belle idee messe insieme.

      Sang Woo in generale è più interessante, è brillante e competente e vince grazie alla sua furbizia. Inoltre si è rovinato per investimenti sbagliati, non per il gioco d’azzardo, e partecipa per non dover dichiarare bancarotta e far perdere l’attività alla madre. Con queste premesse è più facile tifare per lui che per Gi-Hun, buono per forza.

      Grazie comunque! 😁

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